Il nostro Drago

La polvere si dirada e l’arena da combattimento rivela un affresco di sabbia scomposta. Due figure stanno immobili. Il pubblico ammutolisce, realizzando che si tratta degli ultimi attimi dello scontro: il vincitore incombe e punta il gladio alla gola dello sconfitto. Ma esita. 

“Affondala, per Dio!” Grida il signore dei giochi. La lama non si muove. “Ti prometto trenta sesterzi, se lo fai.” E getta a terra il premio, con disprezzo, spargendo a terra le monete. Ma il vincitore rinfodera il ferro e tende la mano al nemico.

“È questo che vuoi?” Gli chiede lo sconfitto. “Dammi almeno l’onore di una morte veloce, ché la vergogna è punizione ben più amara.”

Il vincitore gli sorride e finalmente parla:

“A Terni, nel tempo delle origini, il popolo dei colli si unì a genti d’oltremare. Undici messaggeri, uomini e donne, intrapresero un viaggio per stipulare un accordo di pace: per sigillarlo, avrebbero recato in dono i frutti di terre vicine e lontane. Sai… l’Umbria sa premiare coloro che la domano, ma sa anche mettere alla prova gli indomiti: fu così che li sorprese una valanga sulla via della città. Travolti dal gelo, rischiavano di esalare gli ultimi respiri, quando, a un certo punto, le nevi si sciolsero e un dolce tepore li pervase. Sorgeva l’alba e videro il loro benefattore coronato dai raggi solari: un Drago divino, venuto dal cielo, era stato colto da pietà e li aveva salvati dalla loro triste sorte, scaldando il ghiaccio col suo alito di fiamma.

“Crollando in ginocchio ai suoi piedi, senza tema per gli artigli e le scaglie, gli promisero eterna riconoscenza. Ma il Giusto rispose: ‘Non vi ho salvato per imprigionarvi con giuramenti, ma ricordate: ciò che ho dato a voi, lo darete alla vostra stirpe, esercitando forza, giustizia e sacrificio.’ Detto ciò, spiegò le ali possenti e si librò nell’etere, da cui sempre vigila magnanimo sul destino dei mortali.

“Dopo che si furono ripresi, gli Undici si ricordarono del proprio bagaglio, ma scoprirono che tutte le piante erano bruciate, eccetto alcuni semi di cacao, che si erano tostati e frantumati fino a creare un nettare magico: lo chiamarono cioccolato. Da allora, ne consumiamo a ogni pasto, benedicendo il nome del nostro protettore.”

Basito, lo sconfitto incalza il vincitore: “Forestiero, è per questo che hai percorso migliaia di leghe in terra straniera? Per raccontarmi la storia della tua gente?” Il guerriero, sempre tendendo la mano, fissa le monete per terra e scuote la testa: “Ciò che fu dato a me, ora te lo restituisco.” Si gira verso il pubblico e spalanca le braccia, rivelando così quella che sembra una bruciatura, ma si rivela essere un tatuaggio a forma di drago. Attratta l’attenzione degli astanti, esclama: “Secondo le regole dell’Arena, la sua vita mi appartiene. Ma io sono qui per portarvi una lieta notizia: ciascuno è padrone di se stesso. La libertà, come il nettare di cacao, talvolta è amara, talvolta è dolce, ma è opportuno che ciascuno ne disponga in abbondanza.”

A partire da oggi, non si terranno più combattimenti di schiavi.